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L'ISO per l'Occhio Umano

Come per ogni ambito dello scibile umano anche nel campo cinematografico i nostri sensi sono il sistema di riferimento.
I Cineasti adoperano il microfono come l'orecchio, la camera come l'occhio. Spesso questi sono sistemi complessi che superano i nostri sensi. Approfondendo la similitudine Occhio/Camera, se è vero che l'iride corrisponde al diaframma come il vetrino alle lenti e la retina al sensore, in che modo ciò che definiamo con l'acronimo ISO può essere paragonato ad una funzione del nostro apparato visivo?
La risposta in realtà non è così semplice, perché il sistema visivo umano è adattivo, e non è solo una questione capacitiva di ricezione di un'immagine dall'occhio, ma anche della capacità del cervello di interpretare ciò che vede l'occhio. Si studia ancora quanto sia ampia la percezione visiva dell'occhio, campo ancora inesplorato, rispetto invece a quanto comprende il cervello. Ad esempio non è ancora chiaro se alcune onde visive sollecitino le cellule della retina e poi vengano scartate dalla parte sensiente del ganglio cervicale superiore. Infatti in uno studio pubblicato la settimana scorsa dalla Rockefeller University, c'è stata la prova sperimentale che gli esseri umani sono capaci di vedere un singolo fotone di luce individuale. Occorre considerare anche che sebbene la Visione sia un vero e proprio riflesso istintivo, questo può essere soverchiato dalla corteccia (dalla volontà), nel momento in cui il soggetto decide di non rispondere ad uno stimolo che invade il suo campo visivo questi può letteralmente ignorare l'esistenza di quanto percepito. Questo non succede invece con il riflessi di costrizione e dilatazione della pupilla, assolutamente non allacciati al controllo volontario.
Altra cosa è la velocità di scatto, FrameXsecond, e parrebbe che diverse parti del nostro occhio percepiscono il movimento in modo diverso (si potrebbe dire che i bordi della nostra visione hanno un tasso inferiore di aggiornamento dell'immagine rispetto al centro), così come la nostra visione della "luminescenza" o della dark-light che si "aggiornano in modo diverso". Tutte queste funzioni sono afferenti al nervo simpatico e non possono essere discriminate dalla volontà umana, quindi l'esposizione nella sua interezza, secondo lo studio sopra citato, è la sintesi della percezione quantitativa e qualitativa in forma istintiva da parte dei neurorecettori relativi alla gestione delle funzioni primarie dell'occhio, i quali modificano in tempo reale gli strumenti di gestione dell'esposizione: ISO, IRIS, FPS.
Quest'ultimo parametro, come per la messa a fuoco e la colorimetria sono sottoposti ad una selezione di tipo volontario e determinano quanto viene immagazzinato nella memoria visiva di ogni essere umano. Infatti, ricordiamo di aver fatto ciò che era a fuoco nel nostro ampio campo visivo e riusciamo ad assegnare ad una condizione emotiva un colore preciso legato alle nostre esperienze precedenti o all'evento che si sta svolgendo d'innanzi a noi. Una memoria talmente selettiva che permette, quando allenata, di etichettare letteralmente le nostre esperienze catalogandole in un ben definito spazio tempo. Un esempio di questa forma mnemonico-visiva è esplicata nei testi di Giordano Bruno.

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